L'intervista

Caterina Greco divisa a metà: “Sì mi ricandido a Torino, ma se Settimo chiama…”

La consigliera metropolitana racconta anche del suo incontro con Corgiat. E lancia un appello a Schlein

Caterina Greco divisa a metà: “Sì mi ricandido a Torino, ma se Settimo chiama…”

Caterina Greco, consigliera metropolitana divisa a metà: «Sì, mi ricandido a Torino ma sono donna di partito e se Settimo chiama…»

Intervista a Caterina Greco

Consigliera delegata in Città Metropolitana, consigliera a Torino, presidente del circolo settimese del Partito Democratico ed ex assessora nella Giunta guidata da Aldo Corgiat. Con Caterina Greco si possono toccare praticamente tutti i temi del dibattito politico attuale. Da Roma a Settimo, passando per quella Torino in cui si prepara a (ri)correre.

Partiamo da Settimo, in cui le acque del Pd sembrano agitate, da un lato, per il dopo Piastra e dall’altro per l’ombra che incombe di qualche ex sindaco. Che idea si è fatta?

«Intanto, non ho problemi a dire pubblicamente che ho incontrato l’ex sindaco Corgiat, ad ottobre del 2025. Me lo ha chiesto lui e ci siamo visti a Torino. Voleva parlare del futuro dell’Ospedale, ma un conto è essere attori protagonisti, un altro è essere fuori. E lui non ha più un ruolo. Capisco perfettamente la sua posizione. Lui è stato anche amministratore di quell’Ospedale, ma la sua impostazione era controproducente. Se l’obiettivo è salvaguardare l’Ospedale e parti dal fatto che tua posizione è giusta mentre quella degli altri è sbagliata, non puoi salvare il presidio. Gli riconosco tutto quello che lui ha fatto per aprire l’ospedale, riconosco la storia di cui ha fatto parte anche io ma da quando lui ha fatto il sindaco ad oggi è cambiato il mondo. E io percepivo che lui non se ne rendeva conto».

Avete parlato anche di un suo rientro nel Pd?

«Sì, me l’aveva detto. Io gli dissi, però, che se il suo intento era rientrare aveva sbagliato tutto. Doveva fare un percorso diverso e non cercare lo scontro mediatico continuo».

I presupposti per un suo ritorno ora non ci sono?

«Partiamo da una considerazione. Il Pd di oggi è totalmente diverso da quello di 5 o di 10 anni fa. Lui doveva accettare che il Pd di oggi è il frutto dello scontro con lui. Oggi ci sono persone diverse, che non lo conoscono neanche. Si doveva lavorare sui punti di contatto e non su quelli di divisione».

Ha sbagliato l’approccio…

«Sì. Anche perché, in questi anni, sono rientrate nel partito molte persone fuoriuscite. Penso a Cantamessa, Schifino, Pultrone. Ma se tu ogni giorno attacchi la sindaca e il Pd è complicato. E c’è un’altra cosa che voglio ribadire».

Prego.

«Il Pd di Settimo non ha paura di Corgiat. Il punto è che per valutare un eventuale rientro, devono maturare i tempi. E oggi non ci sono. Poi, ma come fai a dire in un’intervista oggi il papabile candidato sindaco? Non solo sbagli i tempi e i modi ma, da un punto di vista politico, parti dal presupposto che il Pd non è in grado di scegliersi il candidato. Tu, invece, devi avere rispetto per quell’ente che è un partito radicato, è uno dei circoli più forti della provincia. Lo dico con fermezza: il Pd di Settimo è perfettamente in grado di scegliere il candidato migliore per il 2029».

Insomma, non avete bisogno di Corgiat…

«Più che altro, non c’è bisogno di dire “il candidato lo può fare tizio o caio”. È sbagliatissimo. Fare il sindaco non è una passeggiata, bisogna cercare la figura che meglio rappresenti il partito, la coalizione, ma che abbia anche una certa riconoscibilità in città. Parlare di nomi, di primarie, mi sembra davvero prematuro».

Eppure, sull’onda del dibattito nazionale, le primarie sembrano andare di moda. Potrebbero funzionare anche per Settimo?

«Le primarie, intanto, sono uno strumento che ha solo il Pd. Tutti se ne riempiono la bocca, ma l’unico ad usarle è il Pd. Il Pd è nato con le primarie e almeno questo ce lo devono riconoscere. Noi ne abbiamo fatte tante, anche nella scelta della segretaria. Sono, però, uno strumento che usi quando serve. Magari arriveremo ad un momento in cui valuteremo se è necessario. Io non le adoro, ma allargano la partecipazione. Però dare questa possibilità significa anche inquinare il dna del Pd. Dai la possibilità a chiunque di votare, non solo agli iscritti del Pd. Diciamo che sono uno strumento anche rischioso».

Volpatto ha ragione quando dice che il dopo Piastra non deve imitare “l’originale”?

«Assolutamente sì. Non puoi pensare ad un clone di Piastra. Il prossimo candidato dovrà avere altri obiettivi, altre caratteristiche».

Prima di Settimo, però, si vota a Torino. Un appuntamento che la vede direttamente coinvolta. Come sta andando il percorso elettorale?

«Il 2027 è dirimente, considerando che ci sono anche le politiche. Credo che in questi anni si sia lavorato in modo intenso a Torino. E non solo per i progetti Pnrr. Abbiamo risanato i conti del Comune, abbiamo assunto 2500 persone, è partita la Metro 2. Tutte cose non scontate. Ho dato atto al sindaco Lo Russo di avere l’esperienza giusta e credo abbia le carte in regola per ricandidarsi e vincere bene».

E invece, Caterina Greco cosa farà?

«Caterina Greco si ricandida a Torino. Sto vivendo un’esperienza importante in Città Metropolitana, faticosissima. Credo che l’esperienza maturata fino a qui sia importante anche per la città di Settimo».

Quindi, come sostiene il suo “amico” Volpatto, Settimo sarebbe un premio di consolazione?

«Ho sentito delle voci. Fa piacere quando fanno il tuo nome, non lo nego. Ma vorrei continuare a fare l’esperienza che ho intrapreso fino ad ora. Sto facendo tanto, spero mi venga riconosciuto e che i cittadini torinesi mi rivotino per tutto il lavoro che ho fatto. Poi, non è una questione di premio di consolazione. Sono una donna di partito. Vado alla Festa del Pd a lavorare, il primo maggio ho fatto il corteo. Se un domani ti chiedono quel servizio per un obiettivo da raggiungere, io mi metto a disposizione del partito come ho sempre fatto in questi anni. Però, oggi la priorità è Torino. Se vengo eletta, rimango lì».

E invece, quale sarà a Settimo il suo peso nella scelta del candidato?

«Non decide il singolo, sarà un percorso condiviso. Sceglieremo il candidato migliore. Arriviamo da un’esperienza in cui abbiamo scelto Piastra e non abbiamo sbagliato. Al secondo mandato, ha vinto con il 75%. Almeno questo lo si vuole riconoscere?».

Ma subentrare a Piastra quanto fa paura?

«Faceva paura pure il dopo Ossola. O il dopo Corgiat. Ogni epoca ha il suo sindaco. Non esiste il sindaco a vita».

Si proseguirà con il progetto del campo largo?

«La direzione di Schlein è il campo largo. Nessuno ha dubbi, anche se io ho vissuto una stagione in cui i 5 stelle additavano il Pd come maggior nemico. Ci davano dei disonesti, ci dicevano che eravamo attaccati alle poltrone. Loro sono nati sul populismo puro. Ma oggi le condizioni sono cambiate, così come i 5 stelle. Però, tra Conte e Schlein, fossi la segretaria del Pd, cercherei una terza figura per tutti».

Silvia Salis?

«È una che buca lo schermo, ma non basta. Non sarei così sprovveduta. Poi, devo dire che, anche se non l’ho votata, negli ultimi mesi la Schlein la sto apprezzando. È maturata, ha detto e fatto cose da leader, anche se non basta per fare la premier. Mi piacerebbe, però, chiederle una cosa».

Quale?

«Vorrei che facesse un’immersione alle Feste de l’unità. Ma non sul palco, intendo tra noi volontari. Tipo Berlinguer. Vorrei vivesse quello spirito. E per questo la invito a venire a quella di Settimo».

Desirèe Di Monte