A San Mauro

Due storie, una passione: “Aiutare il prossimo”

Dalla Croce Verde dei bei messaggi di altruismo

Due storie, una passione: “Aiutare il prossimo”
Settimo, 18 Luglio 2020 ore 06:30

Due storie, una passione: “Aiutare il prossimo”

Due storie

Emanuela Patrizi aveva lasciato la divisa da volontaria da tempo. «Volevo tornare», si diceva, ma non aveva ancora trovato il momento giusto. Lina Tricoli, invece, quella divisa l’ha dovuta togliere per un brevissimo periodo proprio nel pieno dell’emergenza Covid. «Prendo un mese di “stacco” solo per le ferie estive», racconta.
Due storie sono diverse, accomunate da una passione: aiutare il prossimo, anche se i rischi da correre sono tanti, se c’è in gioco la propria salute e quella delle persone a loro care. Loro, come gli altri trenta volontari della sezione sanmaurese della Croce Verde Torino, hanno vissuto in prima linea l’emergenza sanitaria, senza mai tirarsi indietro, e anzi, tornando sul campo nel momento di massimo bisogno.

Il rientro nella pandemia

Emanuela sorride e mostra con orgoglio la propria divisa da volontaria di Croce Verde. Non la indossava da tempo, dopo un periodo di cinque anni spesi sulle ambulanze di via Dora. «Ero uscita per motivi personali, sospendendo la mia attività per un periodo. La voglia di rientrare c’era, mi ero promessa che prima o poi l’avrei fatto, ma non avevo idea di quando sarebbe arrivato il momento giusto». I contatti con gli altri volontari, che negli anni sono diventati veri e propri amici, quasi una seconda famiglia, si sono sempre mantenuti e così, con l’arrivo dell’emergenza sanitaria, la richiesta di come stesse andando la gestione della complessa situazione. «Il rientro è stato traumatico – racconta -, il mio primo servizio è stato subito un codice rosso Covid. Abbiamo lavorato in un contesto difficile, reso particolarmente duro dalle procedure rigide. Eravamo abituati a operare diversamente, invece ci siamo trovati a fare i conti con la difficoltà della vestizione e della svestizione, ad esempio. E poi, una cura estrema verso i pazienti, ma anche verso i colleghi perché dovevamo lavorare sereni, nella sicurezza più assoluta».
Nonostante le difficoltà, mai un solo pensiero di ripensamento. «Non ho mai avuto un momento di ripensamento, i legami di forte amicizia e di collaborazione ci hanno sempre dato la forza. Una grande sinergia, alla fine lavoravamo in sincrono, le nostre mani danzavano eseguendo le rigide procedure imposte dalle misure anticontagio. Abbiamo cercato di sdrammatizzare i momenti più difficili, che sono stati tanti: l’85 percento degli interventi erano per Covid».

Prendere il Covid-19

«Alla fine ho preso il “premio”», sono le prime parole di Lina sulla sua esperienza. Gli occhi, scuri e intensi, spuntano fuori dalla mascherina senza nascondere la sua grande energia, la stessa con cui ha affrontato un mese di malattia.
L’ha preso così, durante uno di quei servizi estenuanti, in coda, nell’attesa di fare il pretriage con il paziente. «Sono stata parecchio tempo con la persona soccorsa, che presentava tutti i sintomi del virus. Cinquanta minuti di attesa, chiusi nell’ambulanza per il nostro turno per il pretriage. Nonostante tutte le precauzioni e lui avesse la mascherina dell’ossigeno, probabilmente l’aria è diventata satura». Un’esposizione prolungata, e poi la comparsa dei primi sintomi, uniti alla paura. «Ho cominciato ad avere la febbre, quindi ho chiamato subito il mio medico. Il tampone ha confermato i sospetti: ero positiva». Isolata in casa, lontano da marito e dai figli «Che non ho abbracciato per mesi, già prima di ammalarmi», racconta. «E’ stata dura. Ma ho continuato a fare le videolezioni ai miei alunni, nonostante la stanchezza volevo esserci».
«I sintomi hanno cominciato a passare, fortunatamente non ho avuto bisogno dell’ospedale e ho sempre avuto la vicinanza del medico, della mia famiglia e degli amici, tra cui la Croce Verde. Facevano i turni per fare la spesa, non mi hanno mai lasciata sola, questo è stato bello». E, non appena è stato possibile, Lina è tornata a indossare la divisa. «Quando è finito tutto sono rientrata subito. Scalpitavo. Quando fai questo tipo di volontariato, metti in conto l’eventualità, ma non avrei mai pensato di prenderlo davvero. Subito non volevo crederci, alla fine è andato tutto per il meglio».

Un contesto tragico

Stress e paura hanno accompagnato il lavoro dei volontari nel periodo dell’emergenza sanitaria. «E’ stato impressionante – raccontano Emanuela e Lina -, ci sono stati dei momenti in cui sembrava la scena di un film apocalittico. Le strade erano deserte e si sentivano passare solo le camionette delle forze dell’ordine e della protezione civile che, con i megafoni, invitavano a stare a casa. Sovente ci rendevamo conto che il nostro apporto era limitato, ma importante». Una situazione emotivamente difficile, ma ha contribuito una volta di più ad aumentare la motivazione in ognuno di loro. «Una motivazione sempre più forte per continuare a fare questa attività, sebbene sia un volontariato che impone sacrifici, che ci ha fatto paura, vivere con il terrore di ammalarci e di portare la malattia a casa. Sovente non c’era spazio per il riposo».
E tra i tanti ricordi di questi mesi difficili, il più drammatico è sicuramente quello in coda davanti agli ospedali. «Eravamo al pronto soccorso del Gradenigo in attesa del pretriage – dicono -. Abbiamo guardato fuori dal finestrino della nostra ambulanza e abbiamo scorto una coda di mezzi interminabile. Gli operatori dell’ospedale ci chiedevano di chiamare la centrale per chiedere altre destinazioni dove portare i pazienti, ormai i posti erano tutti esauriti e non riuscivano più ad accogliere altre persone».

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