Ricorrenza

Ben 108 candeline per la gassinese Elvezia

E' anche la più anziana iscritta tra il milione di soci Arci

Ben 108 candeline per la gassinese Elvezia
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Domenica 20 febbraio una speciale giornata di festa per i 108 anni di Elvezia Distaola.

Festeggiamenti

L'appuntamento si è svolto al centro ricreativo comunale di Gassino: "Oltre ad essere la più anziana iscritta al nostro centro ricreativo, è la più anziana iscritta tra il milione di soci Arci" ha fatto sapere il sindaco Paolo Cugini.

Tra gli altri regali, la festeggiata ha ricevuto il calendario con le immagini di Gassino. "Con me presenti - prosegue il sindaco - il vice presidente Arci Torinese, il presidente del Centro Ricreativo, il Presidente della San Vincenzo, il figlio della signora, Gilberto, ed il bis nipote. Auguri a nome di tutta l’Amministrazione Comunale".

Una vita lunga e intensa, attraverso due conflitti mondiali

Elvezia Distaola, nata il 20 febbraio 1915, si è raccontata più volte generosamente al settimanale La Nuova Periferia di Settimo: "Dopo le scuole elementari, tre anni di scuole commerciali e poi i corsi di stenografia e tipografia sono diventata un’impiegata. All’epoca, per una donna, era un lusso avere un tale grado di istruzione. All’età di 20 anni sono andata a lavorare alla Nebiolo, dove mi sono occupata di paghe fino ai 25, quando mi sono sposata".

Qualche anno prima, infatti, nella sala da ballo Imperial, conosce il suo futuro sposo Carlo Zumkeller. «Non sono mai stata una gran ballerina, ma quando avevo il pomeriggio libero andavo volentieri alla sala sita di piazza San Carlo, a Torino. Lì ho conosciuto Carlo, che mi ha subito trascinata in pista e mi ha dato appuntamento anche per il giorno successivo. Ci si corteggiava così a quel tempo».

La coppia si sposa il 2 febbraio 1941, a ridosso della Seconda guerra mondiale. «Le spose di solito indossano un abito bianco. Io ne portavo invece uno nero e semplice. Era tempo di guerra e non c’era modo di far confezionare un vestito. Poco dopo mio marito è stato richiamato a La Spezia: aveva fatto il servizio obbligatorio in Marina ed è stato impiegato quindi all’arsenale. Siamo rimasti lì per tre anni fino all’armistizio del 8 settembre 1943 e sino a quel momento la guerra l’abbiamo percepita poco. Di giorno eravamo spensierati e se il tempo era buono si andava a Lerici a fare il bagno. La sera invece temevamo di più i bombardamenti e se suonava la sirena correvamo al rifugio che dava sul mare».

Dopo l’armistizio «Ci siamo stabiliti dai suoceri a Torino, fino all’assegnazione di un alloggio. Credevamo la guerra fosse finita, invece cominciava proprio in quel momento. Prima di allora, infatti, Torino non era mai stata bombardata e anche in questo caso, quando suonava la sirena andavamo in cantina a rifugiarci». I

l figlio della signora Elvezia, Gilberto Zumkeller, segretario del Centro ricreativo comunale di Gassino, è nato proprio durante un bombardamento. «Il 28 agosto del 1944 nel bunker dell’ospedale Molinette. Ma nonostante la paura siamo stati fortunati e non abbiamo mai perso nulla a causa del conflitto. Né i nostri averi né i cari». La nonna e la mamma di Carlo Zumkeller, di origini ebraiche, sono riuscite infatti a salvarsi dai rastrellamenti cambiando il proprio nome.

«Mia suocera, la signora Eden, è diventata Paola: si è sposata una seconda volta col marito e in quell’occasione ha preso un nome italiano. Era una donna tanto buona e pacifica che non abbiamo mai capito se avesse paura. Celava bene le sue emozioni. La nonna di mio marito, Brilli, ha invece cambiato identità quando è stata ricoverata al Cottolengo per un problema di salute, perché i gendarmi fascisti e nazisti controllavano le generalità sulle cartelle cliniche degli ospedali».

Finalmente, poi, arriva la fine del conflitto. «Il 2 giugno del 1946 lo ricordo molto bene. Mi sono recata alle urne da sola e col piccolo Gilberto in braccio. Con me erano in fila molte altre donne del quartiere. Eravamo tutte contente ed emozionate di votare, ci tenevamo a partecipare a quel momento. Anche io ero felice, pur non essendo ferrata in politica. Quindi ho scelto di getto ciò che avrebbe votato mio padre. Da anni ero orfana ma provenivo da una famiglia di forte impronta militare, con un papà soldato talmente legato alla Svizzera da avermi chiamata Elvezia. Quindi ho barrato monarchia. La famiglia di mio marito, invece, era repubblicana. Credo comunque che nessuno di noi, in quel momento, fosse consapevole dell’importanza di quelle votazioni. Solo dopo si capì che avevamo fatto la storia. Da quel momento ho iniziato ad interessarmi di più alla politica e a ragionare in altro modo. E sono sempre andata a votare: l’ultima volta nel 2019 per le amministrative locali».

La vita di nonna Elvezia è poi proseguita spensierata in collina. «Da quando mi sono stabilita qui sono entrata a far parte del Centro ricreativo comunale, dove ho tutti i miei affetti cui racconto spesso queste storie, e coi quali amo fare soggiorni al mare e giocare a carte».

 

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