Umberto Salvi, dalla pensione al post-Piastra: “Io candidato del compromesso? Lo trovo riduttivo”. L’intervista.
Umberto Salvi
Oltre tre decenni al servizio della salute pubblica e della sua comunità, fino al traguardo della pensione. Per Umberto Salvi – storico medico di famiglia e assessore della Giunta Piastra –. il pensionamento dall’attività ambulatoriale non segna un punto d’arrivo ma il rilancio del suo impegno per la città. Salvi, medico di famiglia dal 1992 nel primo studio di via Brofferio, continuerà infatti a guidare le politiche sanitarie da assessore. E intanto il suo nome resta in cima alla rosa dei possibili candidati per il dopo-Piastra. Una prospettiva che il titolare della delega alla Sanità affronta senza ansia da prestazione e respingendo le logiche di corrente.
L’intervista
Dottore, 34 anni trascorsi al servizio della città. Perché ha scelto proprio il medico di famiglia?
«Mi piaceva molto il rapporto diretto con le persone. Ho fatto per qualche anno il tecnico di laboratorio, ma sentivo la vocazione di seguire i pazienti nel corso della loro vita e non solo a spot. E poi il medico di famiglia mi consentiva di rimanere in città. Non ero entusiasta di lasciarla».
34 anni dopo, da un punto di vista di medicina territoriale, che città lascia?
«Sono molto soddisfatto del percorso e dello sviluppo della medicina di gruppo. E credo che i medici nuovi, tutti giovani, che sono subentrati sapranno dare ulteriore impulso a questo percorso. Delle criticità, ovviamente, ci sono. Penso alla segreteria dello studio in cui lavoravo, che deve gestire un’utenza di 14.000 persone, anche se nonostante tutto abbiamo sempre fornito servizi importanti. Un po’ per volta sono sicuro che i nuovi medici sapranno affrontare le varie problematiche. Penso che, insieme a tutti gli altri miei colleghi, lasciamo un buon risultato».
E invece, a Lei, cosa rimane come ricordo più bello?
«Ne ho tanti, è stata un’esperienza bellissima e commovente. Ricordo una signora anziana a cui ero particolarmente affezionato. Quando è mancata, il figlio mi ha portato in studio dei barattolini di marmellata che la mamma aveva comprato per me. Questo è solo un esempio. Poi, faccio fatica a parlarne, ma voglio dire che porto con me l’affetto che i miei pazienti mi hanno dimostrato dopo la perdita di mio figlio Marco».
Ci sarà ancora spazio nella sua vita per esercitare questa professione?
«Non credo. Non ho pensato di portarla avanti. Continuerò ad occuparmi di sanità da un punto di vista amministrativo e sicuramente continuerò la collaborazione con i medici di famiglia perché ci sono cose interessanti su cui lavorare».
Ad esempio?
«La sanità è una materia particolare perché, nonostante la sindaca sia responsabile della salute dei suoi cittadini, abbiamo poteri limitati. Quello che si può fare è coordinare un lavoro, proporre delle iniziative. Penso allo strumento dell’Osservatorio socio-sanitario, che funziona e di cui sono molto contento. E poi, c’è il ruolo di negoziazione. L’Ospedale ne è un esempio: se non ci fosse stato il ruolo di mediazione della sindaca, credo che quella storia sarebbe andata in modo diverso. Diciamo che non eravamo molto “ben voluti” dal precedente assessore regionale (Icardi, ndr)».
E poi, c’è il pezzo legato alle case di comunità.
«Sì, la casa di comunità è ufficialmente operativa. Il merito è sicuramente degli uffici dell’Asl ma anche su questo come Amministrazione ci siamo stati molto dietro. Grazie alla disponibilità dei nuovi colleghi, è stato avviato un ambulatorio sullo scompenso cardiaco in collaborazione con l’ospedale di Chivasso. Questo è un primo intervento ma mancano ancora diversi tasselli, tra cui il trasloco della guardia medica e la strutturazione del servizio delle ore diurne. E poi, serve personale medico ed infermieristico».
Ecco, a proposito di personale: le ultime politiche regionali rispetto al presunto blocco delle assunzioni non sembrano incoraggianti. C’è il rischio che le case di comunità restino delle cattedrali nel deserto?
«La preoccupazione c’è, però, per quanto riguarda Settimo io credo che siamo avanti. E che la casa di comunità sarà pienamente operativa. Anche il direttore dell’Asl To4, Luigi Vercellino, in Commissione aveva rassicurato tutti dicendo che i tagli regionali non avrebbero inciso così tanto. Per ora è un’affermazione ma ci auguriamo che sia così».
Torniamo per un momento a parlare del suo percorso personale. Sappiamo che si è molto dedicato al volontariato e alla cooperazione internazionale. Ora che l’agenda è più leggerà, ci sarà spazio anche per questo?
«Sì, è dal 1986 che mi occupo di cooperazione internazionale. Sono stato presidente dell’associazione Cisv, mentre negli ultimi anni mi sono occupato di progetti più legati alla Bielorussia e all’Ucraina. Sicuramente, ora continuerò questo percorso».
Beh, effettivamente, ora che è in pensione avrà molto più tempo libero. Ce n’è anche per valutare, a livello politico, un’ipotetica candidatura a sindaco? Ci sta pensando?
«Molti me lo chiedono e questo mi inorgoglisce. Però, in questo momento, a questa domanda, non ho risposte né positive e né negative. Posso dire che mi è piaciuta molto l’esperienza che ho fatto da consigliere nel primo mandato e mi sta piacendo moltissimo quella da assessore. Diciamo che, fino a quando le forze tengono, mi piacerebbe continuare questa esperienza. Con quale ruolo, non ci sto pensando. Posso però dire una cosa».
Prego.
«A me interessa che sia una scelta condivisa. Ne dobbiamo parlare tutti insieme perché credo serva una buona squadra di persone che ragiona sul futuro della città. Io ho sempre creduto molto nel lavoro di gruppo: ci ho creduto come medico, come presidente di associazioni e ci credo ora come amministratore. Detto questo, penso ci siano diversi candidati validi che possono presentarsi. Per quanto mi riguarda, non è una mia preoccupazione. Ma c’è interesse a continuare».
Il suo nome, nella rosa dei papabili candidati, spesso circola come «compromesso» tra le varie correnti del Pd. Questa lettura un po’ la infastidisce?
«Sì, so che il mio nome circola come “compromesso”. Diciamo che non mi entusiasma. Potrei accettarlo, ma è un po’ riduttivo. Io credo che la figura del sindaco non si debba né sopravvalutare e né sottovalutare. Mi spiego: gli uffici, i funzionari, sono quelli che fanno il lavoro e a cui bisogna dire grazie. La responsabilità finale, però, spetta a chi sceglie, perché dà un indirizzo politico. Il compromesso non credo sia un buon principio per scegliere ma in politica bisogna essere realisti. La successione di Elena Piastra a Settimo non sarà facile per nessuno, ma vedremo. Credo che in ogni caso potremo continuare a lavorare bene».
Desirèe Di Monte