L'intervista a Daniele Morfino

«Settimo mi ha accolto e fatto crescere: grazie!»

Titolare del Rehabilitation Point di via Regio Parco, racconta i suoi 25 anni in città tra pazienti, relazioni e riconoscimento verso una comunità diventata parte della sua vita

«Settimo mi ha accolto e fatto crescere: grazie!»

«Settimo mi ha accolto e fatto crescere: grazie!»

Arrivare in una città senza conoscere quasi nessuno, costruire passo dopo passo il proprio futuro professionale e, dopo 25 anni, sentire il bisogno di fermarsi per dire grazie. È la storia di Daniele Morfino, titolare di Rehabilitation Point, studio massofisioterapico e riabilitativo di via Regio Parco 11 a Settimo Torinese, che alla città dedica oggi un pensiero sincero e carico di riconoscenza.
Quando arrivò a Settimo era poco più che un ragazzo: 21 anni, tanta voglia di lavorare e il desiderio di costruire qualcosa di suo nel mondo della fisioterapia e della riabilitazione. Da allora sono passati più di venticinque anni, migliaia di persone incontrate e un percorso professionale cresciuto insieme al legame con il territorio.
Abbiamo ripercorso con lui questa lunga esperienza fatta di lavoro, relazioni umane e gratitudine verso una comunità che, nel tempo, è diventata casa.

Daniele, si ricorda il momento in cui arrivò a Settimo Torinese?
«Me lo ricordo molto bene. Avevo 21 anni e arrivai qui con tantissimo entusiasmo, ma anche con le normali paure di chi inizia un percorso nuovo. Non conoscevo nessuno, quasi non sapevo dove fosse Settimo Torinese, però avevo una grande voglia di costruire qualcosa di mio e di crescere professionalmente».

Da dove è partito il suo percorso lavorativo?
«All’inizio collaboravo con alcune palestre e realtà sportive del territorio. Erano anni in cui bisognava farsi conoscere giorno dopo giorno. Tutto nasceva attraverso il contatto diretto con le persone, il lavoro quotidiano e la fiducia che lentamente si costruiva. Non è stato un percorso immediato, ma sicuramente molto formativo».

Oggi è titolare di Rehabilitation Point: quanto è cambiato il lavoro in questi anni?
«È cambiato tantissimo. In questi anni ho avuto modo di crescere, studiare e sviluppare competenze in diversi ambiti del settore riabilitativo. Anche il modo di approcciarsi ai pazienti si è evoluto molto. Però ci sono aspetti che non cambiano mai, come l’importanza dell’ascolto, della presenza e del rapporto umano».

Quanto conta la componente umana in una professione come la sua?
«Moltissimo. Chi entra in uno studio riabilitativo spesso sta attraversando un momento delicato della propria vita. Ci sono dolore, difficoltà fisiche, a volte anche fragilità emotive. In questi anni ho conosciuto migliaia di persone e credo che ogni incontro mi abbia lasciato qualcosa. Questo lavoro ti porta inevitabilmente a creare relazioni profonde basate sulla fiducia reciproca».

Che rapporto si è creato con la città di Settimo nel corso degli anni?
«Molto forte. Questa città mi ha accolto fin dal primo giorno, mi ha dato fiducia e mi ha permesso di crescere sia professionalmente sia umanamente. Col tempo Settimo è diventata molto più di un semplice luogo di lavoro. Qui ho costruito il mio percorso, qui sono cresciuto e qui ho incontrato persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita».

Dopo oltre 25 anni ha sentito il bisogno di dire pubblicamente grazie. Come nasce questa esigenza?
«Nasce dal cuore. Quando ti fermi un attimo a guardare indietro e ripensi a tutto il cammino fatto, ti rendi conto che niente si costruisce da soli. Oggi, dopo 25 anni di lavoro e migliaia di persone conosciute, che mi hanno arricchito e che mi ha permesso di crescere e realizzarmi, sento davvero il bisogno di dire grazie di cuore a Settimo».

Che significato ha oggi questa città per lei?
«Per me rappresenta la mia prima vera casa professionale e la più grande occasione che abbia avuto. Qui sono arrivato da perfetto sconosciuto e qui ho avuto la possibilità di costruire qualcosa di importante. È un legame che va oltre il lavoro».

Se dovesse racchiudere questi 25 anni in un’immagine, quale sceglierebbe?
«Probabilmente sceglierei quella di un percorso fatto di persone. Volti, strette di mano, parole, momenti difficili affrontati insieme. Alla fine credo che siano proprio le relazioni umane la parte più bella di tutto questo cammino».